Il Prato nel Piatto – La Carlina

Carlina

La carlina è una pianta speciale e rara che incontro solo quando vado in passeggiata sul lago di Pratignana in val Carlina, che ne ha preso il nome; sembra una pianta secca e popola interi prati sulle alture tra il Corno alle scale e il monte Cimone, tuttavia conserva al suo interno la sua freschezza e la sua ricchezza. La trovo bellissima, forse perché collego la sua presenza ai luoghi in altura, luoghi che io amo e che chiamo “i luoghi dell’anima”. Le ho sempre portato un grandissimo rispetto e per la verità, ho sempre creduto fosse una pianta protetta. I vecchi montanari mi avevano raccontato che in passato le persone ne avevano fatto razzia per metterla via a mò di carciofini sott’olio. Così facendo, la carlina aveva rischiato di andare perduta, cosa che spesso accade alle specie spontanee grazie all’ingordigia e all’ignoranza di alcune persone.
Anche se ciò che scrivo potrebbe far gola a qualcuno, vi avviso subito, cresce praticamente in zona parco, e quindi non la si può raccogliere. Andate a trovarla e godete della sua bellezza.
Personalmente l’ho assaggiata solo un paio di volte. L’operazione di “pulitura” richiede attenzione e pazienza. Il centro del fiore una volta tolte le spine e le foglie dure che lo avvolgono, pare un cuore di carciofo e anche il sapore lo ricorda. Io l’ho gustata così al naturale, è gustosa, fresca e succosa, ma per amore dell’ecosistema posso benissimo farne a meno, c’è tanto di cui poter essere felici.
In un dispaccio dell’ Università Statale di Milano, leggo che è una pianta largamente diffusa, non tutelata e che si difende da sola grazie alle numerose spine sul gambo e le foglie. Anche dalle mie liste di piante protette la Carlina non appare, ciò non toglie che occorre averne cura. E resto dell’idea che sia rara, non la vedo ovunque, l’ho incontrata solo un un paio di posti.

La pianta è diffusa in alta quota ed era tradizionalmente utilizzata come “spuntino” per pastori e camminatori nelle ore passate lontano da casa. La carlina cresce su pascoli aridi, luoghi incolti, sentieri, margini dei boschi, e la si riconosce per l’infiorescenza stellata e per le spine disseminate sull’intera pianta. Anche se per forma e sapore assomiglia al carciofo non ha un legame diretto con le varie specie del genere carduus, la carlina fa parte della famiglia delle Asteraceae, anche se alcuni la chiamano carciofo selvatico. Viene chiamata anche carlina bianca, articiochi de monte, pane degli alpini, o dei cacciatori, carlina segnatempo, carciofo di montagna o cardo di S. Pellegrino.
Il nome carlina segnatempo è dovuto al fatto che questa pianta si apre e si chiude a seconda dell’umidità presente nell’aria, e allora la possiamo trovare appesa all’uscio di alcune case in montagna perché basta guardarla per sapere se pioverà o meno, se è chiusa, il mal tempo si avvicina. Che meraviglia la natura! E noi che ci sentiamo superiori ad essa.
I montanari la reputano una pianta di scarsa importanza economica e a volte perfino dannosa per l’economia montana, visto che neanche gli animali al pascolo se ne cibano date le copiose spine, inoltre si propaga senza problemi e molto rapidamente grazie all’abbondantissima produzione di semi. Alle api piace molto, difatti la carlina è una buona mellifera dai fiori eduli.


C’è chi la tramanda come golosità, va pulito il cuore interno del fiore e tagliato sottile. È ottimo consumato crudo in insalata e condito in agro. Oppure saltato in padella aglio e prezzemolo. La carlina è ricca di inulina, uno zucchero digeribile anche dai diabetici e quindi ottima da trattare come di dolce. 

Si racconta di una ricetta golosa fatta con le sue radici  che vanno tagliate a rondelle e private della parte interna legnosa, per essere utilizzate come canditi da ricoprire di cioccolato.
Mi è stato detto che le foglie secche o essiccate riescono a cagliare il latte, quindi, rappresentano un ottimo sostituto del caglio animale, al pari del gallium, del latte di fico, dell’acqua della Fratta.
Una leggenda narra che l’imperatore Carlo Magno ebbe una visione nella quale un angelo gli consigliò di somministrare ai suoi soldati un preparato di questa pianta per guarirli dalla peste. Probabilmente, la carlina, deve il suo nome a questo evento. Inoltre, veniva coltivata nei giardini dei monasteri perché considerata un antidoto ai veleni. La radice, ridotta in polvere veniva usata per lenire il mal di denti, o fumata per curare la scabbia, vesciche e piccole piaghe. Era considerata un buon amuleto contro il malocchio e ogni malattia. La medicina popolare tramanda il suo utilizzo per diversi utilizzi. La radice ha proprietà diaforetiche, diuretiche, amaricanti, digestive, carminative, purganti, cicatrizzanti, sudorifere e febbrifughe. Ma credo che le sue qualità più importanti siano legate alla bellezza di cui la carlina è portatrice, consiglio a tutti voi di recarvi in alta quota e osservare la sua capacità di colonizzare interi pascoli. Le sue fioriture sono meravigliose e pare essere catapultati in luoghi senza tempo, o in un tempo lontano.


Bene, siam giunti alla fine, “stretta è la foglia,
larga è la via, dite la vostra che io ho detto la mia”. 
Così diceva la mia nonna Tecla, 
mia maestra d’erbe e di Vita.
Vi abbraccio forte, Beatrice Calia, l’Erbana.

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